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Sono passati 50 anni quando per la prima volta si è riunito il primo consiglio della Famiglia dei Santantoniari dopo che si era legalmente costituita presso il Palazzo Chiocci nell'abitazione del compianto Gianfrancesco Chiocci. Un intervallo di tempo indefinibile. Difficile pensare che sia così tanto, impossibile immaginare che sia passato così in fretta. Nella vita di un uomo come in quella di un’associazione. Chi in questi 50 anni ha vissuto la Festa dei Ceri ne ha colto l’evoluzione più ampia e per alcuni aspetti “traumatica”: da celebrazione quasi intima e affidata a “pochi eletti”, a fenomeno di massa, a vetrina mediatica senza pari. In mezzo, a governare quasi fisiologicamente questo percorso, l’avventura delle famiglie ceraiole. E per prima, ad aprire la breccia, la Famiglia dei Santantoniari.Famiglia, non un nome a caso .Fu scelta difficile e al tempo stesso felice, tante erano Ie possibilità e Ie proposte rifacentesi addirittura alle arti medioevali, alle congreghe, alle corporazioni o compagnie. Prevalse il nome più semplice e coinvolgente: Famiglia. Una scelta subito condivisa dai Santantoniari e col tempo anche dagli altri ceraioli. La Famiglia è una percezione in divenire, quasi in crescendo. I ricordi più sbiaditi, lontani, ma ancora intensi, riportano alla memoria la taverna, con il suo inconfondibile aroma fatto di muffe umide e sapore di vino; l’immagine dei “brocchetti”, appesi al muro, con i nomi dei ceraioli; un santo “provato” da anni di vicissitudini; foto ingiallite ma da lasciare incantati; e i canti, belli, forti, nitidi. E’ un ricordo che è anche il clima della Famiglia. Dove quel “senso di appartenenza” – felice definizione della Festa dei Ceri coniata da don Angelo Fanucci – era rappresentato plasticamente dalla Famiglia. Quel senso che allora portava un ceraiolo santantoniaro appassionato,  ad iscrivere il suo primogenito prima alla Famiglia dei Santantoniari e solo dopo, quasi per dovere di cronaca, all’anagrafe.Oggi qualcuno potrebbe sorriderci. Ma allora la Famiglia dei Santantoniari era questo. Una comunità capace di sentirsi unica,  così forte e propulsiva da creare novità assolute (la Famiglia stessa, la taverna, i vejoni, il “Via ch’Eccoli”, per dirne solo alcune) e di lanciare iniziative innovative. Aleggiava un sentimento forte, che ci portava a desiderare di stare insieme, a condividere, oltre il 15 maggio. Volevamo un punto di riferimento non tanto materiale o fisico, ma ideale, per far galleggiare questa sensazione e quel nostro particolare modo di essere, per dare sfogo a quel desiderio sottile, un misto di allegria, affetto, amicizia, che rimaneva intatto per tutto l'anno, che per un verso prescindeva dalla Festa, e che ci apparteneva intimamente.Nella Famiglia non volevamo solo trovare un modo di organizzarci meglio, ma il sistema di cristallizzare quel sentimento, dandogli un rifugio sicuro, affinché nessuno potesse arrivare e distruggerlo, e perche su quello si potesse solo costruire sopra, per migliorare, per elevare Ia qualità del nostro sentire, per fare, senza compiacimenti e ringraziamenti.A questo serve la Famiglia, a non disperdere il nostro tesoro, di cui in quel momento avemmo chiara consapevolezza, e che da allora non è mai cambiato. Oggi avverto che  sia necessario recuperare quella serena spensieratezza che portò a “cambiare” non per un vezzo fine a se stesso, ma per preservare la Festa dei Ceri dai rischi della retorica e della rievocazione. Per viverla autentica, vera, fin nelle sue viscere.

 

 

 

 

 

 

 
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